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…….a ROLANDO CERTA

Nel ventesimo anniversario della morte di Rolando Certa, poeta, scrittore, giornalista ed uomo politico, sento il dovere, non avendolo mai fatto, di parlarne con questo ricordo personale.


Alla fine degli anni ’60 faccio amicizia con Rolando, tramite Nino Vinci, sono gli anni della mia maturità politica e culturale.
Gli anni della contestazione che per me furono anni pieni di politica e cultura ma principalmente di formazione.
Quante serate abbiamo passato a discutere, in quella angusta sezione del PSIUP, di politica e di poesia alternando l’impegno politico all’impegno culturale! Mi spinse a fare i primi comizi rionali ed in occasione del referendum sul divorzio mi fece fare anche un comizio in Piazza della Repubblica.
Con quel candore che lo contraddistingueva appena mi vide, ero tornato per una vacanza a Mazara, mi disse: “Andrea dopodomani il partito farà un comizio e parleremo io e te”.
Sono rimasto senza parole non sapevo cosa rispondere e Lui, di rimando alla mia perplessità, aggiunge: “Non preoccuparti tanto sono sicuro che saprai tirar fuori qualcosa di buono”.
Un’iniezione di fiducia che non dimenticherò mai. Così come non dimenticherò mai le serate di organizzazione o pre-elettorali che a sera tardi, non avendo ancora cenato, finiranno in una pizzeria e si concluderanno sempre con recite di poesie.
Quando era stato nominato Assessore alla Cultura organizzò, ed io appresso a lui, i recital di poesie in piazza.
Ricordo, tra gli altri intervenuti: Nat Scammacca, Santo Calì, Crescenzio Cane, Ignazio Buttitta, Antonio Saccà e Gianni Diecidue, un’altra persona cui devo molto, per la mia formazione.
Mio Insegnante di Italiano all’Istituto Magistrale di Castelvetrano, amico fraterno di Rolando mi diceva, quando ci incontravamo con Rolando ed io lo chiamavo Professore: “ a scuola sono professore ma quando siamo tra noi mi devi chiamare Gianni”.
Nel 1969 primo anniversario del terremoto del Belice, Ludovico Corrao Sindaco di Gibellina aveva organizzato una fiaccolata con la partecipazione, oltre a tutta la popolazione del Belice, di personaggi illustri.
Rolando mi disse che non potevamo mancare. Quella sera Rolando, io e Nino partimmo con la 124 Fiat (di Rolando).
Arrivati a Campobello abbiamo pensato di andare a prendere Gianni. Andammo a casa e lo trovammo già in pigiama e non voleva venire perchè faceva freddo (era gennaio). Rolando lo convinse e gli fece indossare il vestito sopra il pigiama.
Ricordo quel capannone prefabbricato dove al termine della fiaccolata ci furono gli interventi e, tra gli altri, ricordo, in modo particolare, Carlo Levi. Fu una serata, per me, indimenticabile anche perchè Rolando e Gianni conoscevano tutte le personalità presenti.
Un altro ricordo indelebile che mi porto dietro è stato, quando mi arrivò a Cinisello Balsamo, abitavo lì perchè trasferito per motivi di studio, il primo numero della rivista “Impegno ‘70” voluta da Rolando e alla quale io sua “ombra”, in quel periodo, avevo partecipato ai primi preparativi.
E’ stata un’emozione grandissima riceverla. Io lo ricordo così il Caro Rolando, come una persona semplice, sapiente, preparata, saggia e colta ma soprattutto come un maestro di vita e di pensiero
.

GRAZIE ROLANDO

Di Lui voglio ricordare questo bellissimo Canto:

CANTO D'AMORE PER LA SICILIA

Avvampa il sole nella calda estate

 uccelli e stormi migrano lontano,

verso l'Africa nera, verso altri lidi

ignoti all'uomo che la fuga anela.

Fuggire è il sogno di nostra gente.

E ognuno ali vorrebbe possedere

e gli uccelli invidia e con tristezza

rammemora la sua chiusa sorte,

il dolore rimuginato e l'amarezza

dei rimpianti e di ciò che non fu.

 

Sicilia, nel tuo cuore fragrante,

coltelli si affondano violenti.

E' la tua anima, il tuo corpo, o Sicilia di fuoco,

è ferita che sanguina,

che si rinnova nel tempo

è dolore come in ora di morte.

E tu che vita possiedi e doni,

vigore d'intelletto e nobiltà di cuore,

al mondo e al tempo;

tu, che il patire racchiudi in silenzio amaro

ed hai selve di braccia pronte a liberarti,

rimani inerte e prostrata,

come piegata da uno stanco viaggio.

 

Ed è vero, fu lungo nel tempo, nella storia,

il tuo viaggio di pene e di rinunce:

ancora dal mare una voce ci giunge

che grida soccorso, che invoca salvazione;

dai meandri dell'inferno giallo

delle solfare tetre fievole emerge il rantolo

di chi il pane scavò e l'avvenire

cercò nella terra invano.

Ancora il bracciante mangia pane e coltello

e attende, nei lunghi mesi dell'inverno,

l'ingaggio sperato. E s'acconcia a vivere

raccogliendo verdure per i campi.

C'è chi coltiva fiori per i morti

 e chi s'imbarca alla prima occasione.

 

Mio Sud, mia Sicilia dolcedolente,

terra dei padri e dei figli e delle generazioni venture,

come abbandonarti?

Io resto col contadino che lotta per una società migliore,

coi pescatori che affrontano bufere,

coi solfatari che vivono nel respiro della terra,

con gli ingegni svegli, con le menti aperte,

rivolte le speranze all'avvenire,

io resto col pastore caduto per difendere il suo gregge,

il pane dei suoi figli.

Sicilia, come abbandonarti?

Tu mi sei nell'anima, nell'ancestrale respiro,

nel grido represso, negli stenti che grumo fecero in gola

e come roccia secolare gravano sul corpo della gente.

 

Sicilia splendi in questa stagione di sole e d'azzurro:

cielo, terra e mare, alberi e steppe

intonino una canzone millenaria.

La tua fronte bruciata, commista al sudore dei giorni

e al fiele delle pene,

è ancora china, gli occhi di tua gente simili sono

a quelli di cane bastonato.

O Sicilia, pecora sgozzata per vendetta,

O Sicilia, che agonizzi nel meriggio di fuoco,

O Sicilia, che piangi per le tue ferite,

il tempo della liberazione verrà.

Ma non bisogna andare.

Che i figli restino attorno alla madre,

che raccolti le infondano coraggio,

che le braccia le tendano a soccorrere

i suoi anni cadenti, a risanare le piaghe e le rovine.

Una giovinezza nuova splenderà:

sarà la nostra età dell'avvenire,

il tempo di un popolo risorto

che ha sete di giustizia e dignità.