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Racconto autobiografico di Pino Asaro

 

 

In questa pagina voglio omaggiare l'Amico Giuseppe Asaro, noto ai più come Pino Asaro,

che con questo racconto, incluso nell'Antologia del Premio Narrativa "Opera Prima" di

Mazara del Vallo,  è stato premiato, nel 2017, dalla Giuria con la seguente motivazione:

“ E’ il racconto di una giornata di pesca che sottolinea le difficoltà, i rischi, la fatica degli uomini di mare.”

 

 

Un giorno di settembre  

di Pino Asaro

 

Quella mattina, come ogni giorno, lu Zu Nardu era stato svegliato dal mozzo che urlava alla sua finestra: “Zu Nardu sveglia che dobbiamo partire, tutto l’equipaggio è pronto, manca sulu Vossia.”

Quella notte lu Zu Nardu non aveva dormito bene, mille pensieri si affollavano nella sua testa, stava per nascergli un figlio e oltre alla gioia lo attanagliavano i problemi economici che sarebbero subentrati. Ma quello era il suo lavoro e con quello doveva mantenere la sua famiglia. Il tempo non lo scrutava più, era bello o brutto, bisognava andare a pescare. Si alzò già stanco, prese la sua cesta già pronta con i pochi indumenti che occorrevano e si avviò al porto. La barca, una paranza, in parte anche di sua proprietà, era piccola, un fuscello in balia delle onde. Quando tutti arrivarono si piazzarono nei loro posti e piano, piano, si avviarono con lunghe ed estenuanti remate. Ogni giorno ci si affidava al Santo protettore della città di Mazara del Vallo, San Vito, e dopo un segno di croce, quasi di nascosto, la barca prendeva il mare e faceva rotta verso i banchi di pesca allora conosciuti. Il Capitano Battista era un suo fratello e anche l’altro membro dell’equipaggio. La loro professionalità non nasceva da studi scolastici ma dall’esperienza, dall’avere sempre, fin dalla più tenera età, assaporato sulla pelle la salsedine e la fatica. I loro punti di riferimento erano il faro, il campanile della chiesa dei Gesuiti, l’altezza di alcune palme poste sulla costa o un caseggiato lontano che poteva essere Torretta Capo Granitola o lu Busciumi nel marsalese. Quando il tempo improvvisamente diventava cupo e lasciava presagire tempesta, memori delle tante disgrazie cui avevano dovuto assistere, si apprestavano a remare con tutte le loro forze per guadagnare la costa e ripararsi in qualche piccola radura o spiaggia in attesa dello scalmazzu.

Quel giorno remarono per ore e quando l’alba incominciò a fare capolino erano già vicino al posto scelto per pescare. Il mare era, però, troppo calmo, nell’aria non si sentiva uno spiffero di vento e tutto lasciava presagire che la giornata sarebbe stata infruttuosa. Lu zu Nardu, il più grande dei tre fratelli, non volle però arrendersi e li invitò a pescare lo stesso, tanto che avevano da fare? Lasciarono scivolare le reti che lentamente andarono a coricarsi sul fondo tirate su dai galleggianti. Il sole incominciò il suo lento e costante martellamento sulla loro pelle già rugosa e abbronzata e l’attesa divenne snervante. Una quiete assoluta dominava le acque e il sole esprimeva tutta la sua potenza. Uno dei fratelli, Vincenzo, si mise a cantare ma venne subito zittito dal Capitano che gli urlò: “Già pesce non ce n’è e tu con quella voce vuoi fare scappare anche i gabbiani?” Risero, ma il loro cuore piangeva. Cosa avrebbero portato a terra? Nulla. La loro fatica vanificata paradossalmente dal buon tempo. Qualcuno maledisse anche i villeggianti che, invece, per motivi opposti, si rallegravano e godevano per la splendida giornata. Eravamo all’inizio di settembre, l’estate ancora poteva vantarsi di avere un mese pieno per espletare la sua missione.

Il sudore imperlava già la fronte dei pescatori, lu Zu Nardu pensava a sua moglie e al figlio che poteva magari essere nato. Aveva deciso che si sarebbe chiamato Giuseppe come un suo zio. In fondo pensò, Giuseppe era un bel nome, il padre di Gesù e sposo di Maria e si augurò, in cuor suo, che avrebbe fatto di tutto perché non diventasse anche lui un pescatore. Giurò a se stesso che, fin dalla tenera età, l’avrebbe tenuto lontano dal mare e dalla salsedine. Già tanto la sua famiglia aveva dato al mare. Eppure le sue origini erano agricole. I suoi avi possedevano terreni agricoli che coltivavano con competenza e passione. Poi un giorno l’attrazione del mare, allora abbastanza pescoso e vergine, spinse tutti a vendere i terreni e ad avventurarsi nella pesca. Di quell’esperienza agricola a lu zu Nardu era rimasta impressa una gita che aveva fatto con i suoi fratelli e ogni volta che la raccontava rideva a crepapelle.

 Un giorno il padre mandò i tre fratelli in campagna a raccogliere i fichi. Muniti di ceste si avventurarono tra gli alberi. I fichi devono essere raccolti al punto giusto, né troppo maturi né troppo acerbi. Successe che il primo fratello toccava i fichi che balzavano alla sua vista, e ritenendoli acerbi, passava oltre a ripetere la stessa operazione. Il secondo tastava i fichi che il primo aveva scartato e ritenendoli anche lui acerbi passava oltre, il terzo, dopo le toccatine dei primi due, li considerò maturi e li raccolse. Finì che i primi due raccolsero pochissimi fichi mentre il terzo riempì due ceste, per cui quando si ritrovarono davanti al caseggiato rurale, i primi due capendo cosa era successo si misero a ridere a crepapelle. Il terzo non capiva ma quando fu invitato a mangiarne qualcuno, si accorse che erano tutti acerbi e, dopo averli insultati, scoppiò anche lui a ridere. I fichi finirono ai maiali, e il povero padre ancora una volta si rese conto che era meglio seguire, come già facevano tutti, la strada del mare per trovare occupazione ai tre lazzaroni.

Il Capitano Battista incominciò a spazientirsi e così anche il fratello Vincenzo ma lu zu Nardu aveva un presentimento. Li ammoniva di stare zitti, di non fare molto rumore, scrutava l’orizzonte e le acque che leggermente incominciavano a incresparsi. Poi come una liberazione indicò con la mano ai fratelli alcuni pesci che uscivano sbalzellando dalle acque come inseguiti da qualcosa. Per i marinai quello era un segnale positivo, non solo i pesci c’erano ma oltre a quelli piccoli dovevano esserci anche quelli grossi che inseguivano i piccoli.

In un attimo l’umore cambiò, il sorriso affiorò sulle loro labbra, Vincenzo urlò:” Stasera si mangia bene.” Lu zu Nardù pensò:” Giuseppe sicuramente è nato.”  Battista più pragmatico ordinò immediatamente le manovre da fare per salpare le reti.

Con forza, con tutta la forza che avevano si misero a tirare le funi che tenevano le reti, ma lo sforzo era immane, Vincenzo urlò:” Ma che succede? La rete si è impigliata in qualche roccia?” Battista replicò:”Ti prego, non portare cutra, di jella già ne abbiamo patito abbastanza.” Lu zu Nardu a voce bassa e quasi tremante disse:” Fratelli miei, lo sento, la rete è piena di pesci, su mettiamocela tutta e portiamo a casa questo ben di Dio.”

Al ritmo cadenzato di:” Su issa, su issa…” a poco a poco la rete veniva tirata sulla barca che per il peso si inclinava pericolosamente da una parte. Rimasero sbalorditi dalla quantità e qualità di pesci che avevano pescato. Il Capitano si rese conto che la rete non poteva essere tirata a bordo perché per il peso rischiavano di capovolgersi, ordinò quindi per alleggerire il tutto di usare ogni mezzo, mani, pale e secchi per buttare il pesce dentro la barca e, dopo estenuante fatica, quando la rete incominciò ad alleggerirsi, finalmente fu deciso di svuotarla dentro la barca che si riempì completamente. Per il troppo carico furono addirittura costretti a buttare molto pesce in mare e così anche i gabbiani ebbero la loro parte. Raggianti ma con le forze miracolosamente rinnovate, si misero a remare cantando a squarciagola, cercando di equilibrare il peso perché poco mancava che il mare li sopraffacesse. Quando furono nelle vicinanze del faro posto sul limitare del molo chiamato Lu Purteddru, si fecero il segno di croce e ringraziarono ancora una volta Dio e soprattutto San Vito, mentre lu Zu Nardu, in cuor suo, ringraziava San Giuseppe. Molti pescatori si affollarono sulla banchina e tutti rimasero sbalorditi perché a memoria d’uomo nessuno ricordava di avere mai visto portare a terra un pescato così abbondante. Incominciarono le operazioni di sbarco del pesce e della sua vendita sul molo. I due fratelli, Vincenzo e Battista, convinsero Nardu ad andare a casa ad assistere la moglie e il bambino. Un parente si avvicinò a Nardu, e prima ancora che gli comunicasse la nascita del figlio, lui sussurrò:” Lo so, Giuseppe è nato.”

Ma Pino è anche poeta e nel ricordo di un caro Amico, prematuramente scomparso, ha dedicato questi versi:

Ti aspetto, ogni sera, al solito posto,
lì seduto sull’arsa arena,
con lo sguardo rivolto all’orizzonte,
in attesa di un segno, di una tua orma.
La natura opera su di me
il suo lento e costante declino
ed io aspetto, tendo l’orecchio, aguzzo la vista
ma tu non verrai più.
Quante volte quella fine sabbia
ha subito le nostre impronte,
impresse su di essa, per un attimo
e poi il nulla.
Quante volte il sole ha bruciato
la nostra pelle e il nostro viso.
Ed ora io aspetto,
aspetto chi non tornerà ,
aspetto il sorriso, l’ironia,
l’umorismo, la bontà, la fratellanza.
So che, ormai, è invano,
tu non ci sei più,
in un solo istante il destino mi ha privato

del mio più caro amico.

 

che poi ha completato con questo ricordo:

      C'è stato un periodo della mia vita in cui, quasi tutti, compravamo nelle edicole un mensile intitolato READER'S DIGEST. Una delle rubriche che leggevo prima delle altre era intitolata “UNA PERSONA CHE NON DIMENTICHERO' MAI”. Era una rubrica che affascinava per l'umanità, gli atti di bontà o di coraggio con cui venivano delineati i personaggi di qualsiasi estrazione sociale. Spinto da quelle descrizioni e dal ricordo ancora vivissimo, sebbene siano trascorsi quasi due anni dalla sua scomparsa, vorrei focalizzare la mia attenzione su una persona che nella mia vita è stata determinante per formazione, esempio, bontà, altruismo.

       La prima volta che l'ho incontrato è stato durante la frequenza della prima elementare. Era robusto, il più alto di tutti noi e scuro nella pelle per il fatto che era abituato a vivere all'aria aperta. Originario del marsalese si era trasferito a Mazara con i suoi familiari che avevano deciso di gestire una piccola bottega di generi alimentari.

Per la sua statura lo chiamavamo impropriamente “POLIFEMO” ma a differenza di questo personaggio omerico, era di una bontà infinita. Era la nostra guardia del corpo, la sola sua presenza incuteva terrore ad altri bambini che pensavano di fare i  bulli con i miei compagni. Ricordo sempre quella volta che ci portarono alla stadio comunale allora recintato con assi di legno e circondato da imponenti rovi spinosi.

         Un allievo di un'altra classe osò strapparmi la cartella scolastica e buttarla in mezzo ai rovi. Sarebbe stato difficoltoso procedere al suo recupero e non rovinarsi il vestito e pungersi a sangue. Ebbene in quella circostanza bastò un semplice sguardo e l'indicazione col dito della mia cartella, per costringere il malcapitato, senza fiatare a recuperare la cartella e chiedermi scusa.

         Abitavamo vicini di casa per cui oltre la scuola la nostra frequenza era assidua e fu così che scoprii le sue enormi facoltà. Per prima cosa mi insegnò ad andare in bicicletta. Ricordo che in piazza Mokarta non mi bastava tutta la sua larghezza per svoltare. Andavo sistematicamente a sbattere sul marciapiedi, ma la sua tenacia e i suoi suggerimenti alla fine prevalsero. Non sapevo nuotare, mentre lui era una pesce marino. Un giorno decise che dovevo imparare. Mi portò al porto, vicino al faro. Mi catechizzo di stare tranquillo e che lui mi sarebbe stato vicino, quindi mi spinse in acqua. Annaspai e incominciai a ruotare le mani in maniera convulsa, ma lui con una tranquillità serafica mi incoraggiava e a poco a poco notai che mi muovevo e che potevo volendo arrivare fino alla “malora” una boa posta al centro del porto peschereccio. Ci riuscii e da quel momento diventai un compagno di mare. Con lui raccoglievamo i ricci di mare, le patelle e altri tipi di mitili.

         Aveva il senso della scoperta. Non era raro che decideva di andare a nuotare al faro di Capo Granitola. Per cui si approntavano le cibarie e bevande necessarie e ci si avventurava in bicicletta. Organizzava anche scampagnate nel terreno di sua proprietà nella contrada Terrenove di Marsala. Io avevo ben poco da offrirgli, non aveva bisogno di aiuto negli studi perché se la cavava egregiamente. L'unica cosa che  potevo fare era quella di farlo partecipare alla costruzione di giocattoli in legno nella bottega di falegnameria di mio zio.

Ci costruivamo di tutto, dai gioca giocattoli, alla dama, agli scacchi in cui era insuperabile per noi, ai pattini con i cuscinetti di ferro.

         Le nostre carriere scolastiche si divisero alla fine del ciclo della scuola media.

Io continuai nel Ginnasio, lui presso l'Istituto Tecnico industriale. Ciò nonostante ci frequentavamo lo stesso dopo le ore scolastiche.

         Fu l'unico, oltre la mia famiglia, dei miei conoscenti che partecipò ai miei esami di laurea e da quel momento mi chiamò con orgoglio “l 'AVVOCATO”

         Da ragazzo subì l'influenza del padre marxista, ma da adulto lo divenne consapevolmente, d'altronde era consequenziale al suo senso di giustizia sociale

e riconosco che le sue idee influenzarono col tempo anche le mie.

Da adulti si frequentarono anche le nostre famiglie, anzi comprammo dei terreni contigui dove costruimmo delle piccole case ove passare i mesi estivi dedicandoci  a varie coltivazioni. Chiaramente mi insegno tutto sui metodi di coltivazione.

Non aveva avuto mai seri malanni in quanto si manteneva asciutto e attivo.

Quando andò in pensione si dedico alla coltivazione di un piccolo orto. Non  era rado che si presentasse a casa mia con sacchetti di pomodori, zucchine, peperoni, melanzane e così fece anche il giorno prima che ci lasciasse.

         Il 14 agosto di alcuni anni fa, avendo degli ospiti, in una sua casetta estiva sul litorale di Torretta-Granitola, si premurò di regalare loro dei dolci.

Lungo la strada del ritorno un improvviso malore lo colse e lo rubò agli affetti della sua famiglia.

         In quel momento stavo pranzando e quando squillo il telefono avvertii qualcosa di strano nell'aria poi dall'altra capo del telefono un altro carissimo amico mi annunciò la triste notizia: Vito è morto !!!

Non volevo crederci, meno di ventiquattro ore prima eravamo assieme e ora non c'era più. Non ho mai provato un dolore così profondo, una parte di me era morta con lui.

Addio caro amico di infanzia, grazie di tutto.