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Enzo Gunnella

Enzo Gunnella è nato a Mazara del Vallo il 19 luglio del 1952. Lascia la tanto amata città per avviarsi alla carriera militare e dal 1980 abita a Perugia. Negli anni sessanta il nostro rapporto di amicizia nato sui banchi di scuola si era trasferito anche nella vita quotidiana i miei amici erano diventati anche suoi e viceversa abbiamo studiato per anni insieme discutendo di letteratura e matematica, di storia e filosofia, ma anche di politica, amicizie e di calcio. Quanti pomeriggi abbiamo trascorso a casa sua od a casa mia. La nostra passione erano le materie umanistiche a cui volevamo entrambi sfuggire ma erano quelle che ci appassionavano di più. Enzo timidamente, come nel suo carattere, iniziava allora ad abbozzare qualche composizione poetica. L’abbozzo di allora è maturato diventando oggi poesia. Una poesia colta e graffiante piena di simbolismi e sentimenti fortemente legati alle sue origini come nella poesia: “Al Ritorno

Tra i vicoli della città araba
ho rincorso il tempo
scolpito nel barocco
consumato delle tue rughe.


Tufi tarlati dalla salsedine, dal vento:
gli anni inesorabili
a suggere lenti,
pietre di miele,
mentre seppur smunti,
seni di cupole saracene
ostentano gli ultimi riverberi
al declinar di splendori antichi.


E là nella casbah abbandonata,
preda di nenie indolenti,
improvvido partecipo
a rinnovata conoscenza:
gli amici, le palme, la marina,
dal mare al ritorno
la luce dei lampioni
ora allunga le ombre
delle muse inquietanti
delle mie insonnie,
alla resa ineluttabile del rendiconto.

e che alterna con temi sociali che hanno sempre come ispirazione la sua terra come in:Sicilia 1992  

Gli olivi di Capaci

piangono, improvvidi

di vermiglio, gocce

acidule dell'anima.

 

Nel giardino di via D'Amelio

la calura riscopre

foglie di metallo,

col meriggio colpevole

che rinnova l'apocalittico lutto.

 

Brandelli oramai laceri

di un'omertà in disuso:

sudari sui balconi di Palermo,

ridestano tempestivi, l'afrore

di gemme di zagara.

 

Giovanni e Paolo,

liquidi sguardi d'intesa,

con fatalistico coraggio

spargevano certezze

sul presentire acuto della fine.

 

Paolo e Giovanni:

unisono severo

di fremiti diffusi,

adesso di scorta avrete

la nostra rabbia cocciuta.

Io che sono sempre stato un sostenitore dei dialetti apprezzo moltissimo anche le sue poesie in dialetto come

Sicilitudini
Isula assulata, 
scrignu prizziusu
 di suli bbrucenti,
terra assitata,
terra dulenti,
curduni di bbiddicu
chi lu tempu nun tagghia.
L’api regina
 di la malincunia
ti suca lu ciuri
di meli zzuccaratu,
ti lassa l’amaru
di jorni spardati,
senza cunfortu,
luntanu e scurdatu.
Lu ciatu manca
a nui pisci senz’acqua, 
sutta a la luna chi
scuntrusa s’ammuccia
tra negghi e lamenti,
da l’ariusa vanedda
la spiranza di turnari
tignusa fa capuzzedda.

  

Diceva Ignazio Buttitta:  Un populu

                                        diventa poviru e servu

                                        quannu ci arrubbanu a lingua

                                        addutata di patri:

                                        è persu pi sempri.

Enzo non si è perso perché la lingua non se l’è fatta rubare, Lui rimane un figlio di Sicilia che la ama ed è amato perché tante persone conoscono la sua poesia e tutti quelli che lo conoscevano da giovane lo ricordano come una persona eccezionale. Per me lo è sempre stato. Voglio segnalarvi  adesso alcune tra le sue più belle poesie per farvi conoscere meglio il Poeta.

Un Naufrago Altrove Padre Partire
     
Per quanti angusti argini  Ora che il tempo Afa avvolge la marina
si perseguono attese     coi silenzi stanchi mai doma di sconfitte,
di sillabari nuovi                degli anni svaniti   disincanto di paese
per scrutare il meteo   indugia nel ricordo struggimento di salsedine. 
di un dio eventuale.   mi resta, padre,  Pentimenti di tempesta 
Faglie di dissonanze     più stretta la mancanza,    sulle acque spesso dure 
si accavallano al tedio    la sola tua mitezza  che inghiottono sudari
di una stagione pluvia.      mi si fa figlianza. di bestemmie e stille amare.
Tracce penitenziali         Sul canale blu petrolio
di un naufrago altrove      Ora che il vento  un vocio multiligue,
scuotono frangenti       mina fuggitiva   a celare in buie stive
di un pavido settembre:   ostentata coerenza, schegge vive di corallo, 
azzardi mai provati,      come tenue lanterna,   irretiti dal desio
parole non parole        chiaro il tuo sorriso,   di salpare, di partire
immersioni di inutilità. mi guida  controvento barattando apnee di cuore 
  a veleggiate distanze con brandelli di speranze gualcite. 
  colme di attese vane.  
     
Libeccio Colline Le Sere                               (a mio nonno)
     
La canuta alba inermi Colline inaridite Partiva col buio a inseguire albe di fatica 
ci sorprende a rammentare declivi di stoppie, prima che il sole con spilli di calore
le lise reti del ritorno. di giallo brunite, imbalsamasse a picco nude lucertole
Sul litorale miope, lusinghe d'estate sui muretti a secco.
su quelle rocce sapide resti di spighe recise,  
ritrovarsi in risacca di promesse dorate. Per quelle zolle coltivava timori e sfide
tra presente e passato, È un'oasi per l'anima ma dei ritmi del tempo era il padrone: 
l'animo e i piedi lassù in cima, il miraggio ogni infiorescenza un alitare d'illusioni, 
nudi a sangue di un solitario arbusto esitante ogni nuovo frutto un sollevare di sospiri.
per piagati equilibri. di morbide fronde alitanti.  
Riparare a note rive Il sole impietoso s'arrende Con lo sguardo chiaro una carezza ardiva
quando il libeccio al respiro del giorno, al vecchio quadrupede, 
ammassa puntuale anche se nelle carni assetate compagno di solitudine e silenziose intese,
mucchi di posidonia la fatica ha inciso paziente al tremolio della calura.
e ruggine sulle nostre sfide. i solchi degli anni,  
  ha arato ferite profonde Il carretto sbiadito per le sere del ritorno
  la verde lucertola arrancava di anni e spinosi fardelli,  
  dei miei giovanili inganni di quiete cantilene e stupori della natura 
  adesso è al riparo la strada era ricolma.
  sulle colline degli affanni.  
    Davanti alla stalla il capo si scopriva,  
    col terroso dorso della mano, come  
    inalmente in chiesa, la fronte si tergeva
    all'indulgenza agognata del termine del viaggio.  
     
     
Questo Mare A  la  Me Terra Antichi Cunti
     
Il mare dolce-amaro A tia vogghiu turnari   Parranu li morti 
che mi vive dentro  a lu sciroccu 'mpiccicusu e sunnu vuci d'amici 
(abbarbicato alle alghe,  chi ancora chiù carrica  da lu silenziu cuvati.
alle deiezioni del tempo) di li me occhi lu pisu   
m'è sogno d'incoscienza,  di vecchiu marinaru Parranu li morti 
d'Afriche lontane,   cucciutu a appicciari  da li vrazza vacanti
d'albe giovani fiacchi luntani lampari. ma da lu cori ranni.
tinte da schiume gaie.    
  Vulatu sugnu  Parranu li morti 
Ora allunga brame 'nu jorno smimuratu da li gnuni ammucciati  
distende l'onde comu acidduzzu di l'animi 'ncuitati.
fino a dilatare algido trimannu e scantatu,   
le sponde avare:   turnari vogghiu Parranu li me morti
questo mare m'è madre    sulu e ammaccatu  da l'occhi lucenti 
la deriva accoglie cu la peddi ri coriu di li me figghi,
delle riarse zattere, sempre e la spiranza cunsumata. disiusi d'amuri 
diluisce il  mio pianto di sale.   e d'antichi cunti. 
  A tia vogghiu turnari    
  stidda ammucciata   
  di timpistusu mari,  
  portu disiatu  
  di piatusu viaggiari,  
  l'ossa malu cumminati  
  a l'ultimu suli a quariari.   

Le poesie che seguono mi sono state inviate di recente dall'Autore ed alcune sono inedite.

IL SATIRO DANZANTE VECCHI AMICI CITTA’ TORPORE
                                                              
Lo sguardo rapito Notti d’estate sul lungomare Città torpore
in vortice ondeggi, da adolescenti il nuovo a testare, delle natie mie viscere,
capelli di fiamma su inezie e principi a disputare, il rancore.
per armonici arpeggi contraddizioni di impulsi vitali. Crudo ragno
in sinuoso modellato Al largo, lampare ad esplorare di mai recisi legami,
di bronzee fattezze. scogli, orizzonti e bui fondali. la bava.
Tra alghe e relitti E come pesci sul velluto del mare Ulcera greve
da secoli in sonno, balzane idee dalle reti guizzare. delle mie spoglie certezze,
di salsedine ebbro   il tarlo.
e di fulgido splendore, Ci ritroviamo, gli anni trascorsi, Falsa sopravvivenza
dagli abissi riemergi fra risacche agevoli e alti marosi, del tuo arco raro,
a novello fulgore, i cenni d’avventura e i discorsi la fragilità.
qual brioso delfino a cimentarci da grandi seriosi. Normanna aridità
a indicarci la rotta E con i gorghi dei primordi, di immoti palmizi
(inattesa scoperta): la nostalgia e i sogni un po’ smorti senza riparo, senz’ombra.
dopo naufrago destino proviamo a stanare i ricordi  
il ritorno ci attende sul lungomare i passi più corti.  
ad antica leggerezza?    
     
PICCOLE LUCI MALINCUNIA  LI  PAROLI 
     
In un fondo di bicchiere Era la nostra ggioventù Li paroli antichi
mezzo vuoto d’amaro bedda e spinsirata, di li me nanni,
mezzo pieno di pensieri, era l’acqua di lu mari di li me patri
irraggiungibili piccole luci, frisca e profumata ridunanu caluri
profonde nel loro esitare comu pampina di rosa a li me ràdichi
sul porticello di barche, da lu ventu ciuciuliata. e pettu di matri
innalzano odori di mare   a li me duluri.
verso stanchi tremuli fari E la notti arricriata,  
che ammiccano nel blu. dopu lu stringiri e l’abballari Ora, na lu funnu
Presto il vento di maestrale (a lu GOLDEN ROCK di tutti l’invirnati
verso l’alba sonnolente nun ti lu po scurdari) sta musica di sirena
coprirà di foglie e sale a l’arora era  assicutata mi pigghia lu cori,
panchine fredde di rinunce. da l’abbaiari di li cani: la testa e lu bbiddicu:
  li ammi addiccati sta maliusa cantilena
  a curriri versu lu dumani. si fa naca di nutricu
    e da vecchiu barbagianni
  Ora, li musculi fiacchi mi fa turnari figghiu nicu.
  e la testa  annigghiata,  
  doppu tantu malu agghiuttiri Dà ciatu, dà vuci,
  e tant’acqua assupata, a li me fantasimi
  è la bestia di la nostalgia sta lingua duci,
  chi ci pigghia lu cori, eppuru mi pari
  cu muzzicuna di duluri chi sti catini
  c’immisca la malincunia. cu lu passari
    di li misi, di l’anni 
    comu leggi cianciani
    sonanu frischi e argentini.

I versi delle poesie del Gunnella sono pieni di nostalgie, di rinunce, di malinconie, di legami che ti entrano nella carne, nel cuore e chi, come me, ha lasciato la terra natia questi versi li fa propri e prova le stesse sue sensazioni, le sensazioni di Enzo, dell'amico, del  Poeta. Come non amarlo?